all'isola del cinema per incontro sul romanzo storico

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Simona Bertocchi all'isola del cinema Roma

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Simona Bertocchi è nata a Torino, toscana di adozione, vive attualmente a Montignoso, provincia di Massa Carrara. Lavora nel settore del turismo, ma l’altro mestiere è scrivere, attività che avverte quasi come un bisogno primario. Al momento ha 6 libri editi, alcuni dei quali giunti alla seconda edizione. Tanti i media che si sono occupati della promozione e recensione delle sue pubblicazione dalle testate giornalistiche, alle radio, alle televisioni nazionali e locali. Si occupa anche di volontariato essendo segretaria di uno sportello d'ascolto anti violenza. E’ appassionata di viaggi, di letteratura e di tango (che balla da qualche anno) Organizza e conduce salotti culturali e letterari in Toscana in collaborazione con importanti associazioni culturali, case editrici e librerie. SITO INTERNET: http://www.simonabertocchi.it

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domenica 12 febbraio 2017

BRANI salienti di L'ULTIMA ROSA DI APRILE di Simona Bertocchi. Romanzo storico sulla Venere di Botticelli


Ero l’essenza della bellezza in un’epoca in cui la bellezza era l’essenza di tutto, ero il tormento dei Medici, l’ossessione di Botticelli, la gelosia delle nobildonne, lo sguardo gentile che illuminò la allora già splendente Firenze. Il mio volto compariva ovunque, ero icona di un’era, cantata dai poeti, Musa degli artisti, Venere ritrovata. Ero Simonetta Cattaneo Vespucci, la sans par, come mi definì il Magnifico. Sono morta giovane, troppo giovane, dicono per tisi o è stato il veleno a uccidermi? Un fiore reciso dal vento, strappato alla terra che lo nutrì per poco tempo. Poco si sa della mia vera storia e per questo le leggende sul mio conto sono proliferate. Su di me e sulla più grande signoria d’Italia.
IL PROLOGO
Ero l’essenza della bellezza in un’epoca in cui la bellezza era l’essenza di tutto, ero il tormento dei Medici, l’ossessione di Botticelli, la gelosia delle nobildonne, lo sguardo gentile che illuminò la allora già splendente Firenze. Il mio volto compariva ovunque, ero icona di un’era, cantata dai poeti, Musa degli artisti, Venere ritrovata. Ero Simonetta Cattaneo Vespucci, la sans par, come mi definì il Magnifico. Sono morta giovane, troppo giovane, dicono per tisi o è stato il veleno a uccidermi? Un fiore reciso dal vento, strappato alla terra che lo nutrì per poco tempo. Poco si sa della mia vera storia e per questo le leggende sul mio conto sono proliferate. Su di me e sulla più grande signoria d’Italia.IL PROLOGO
Ero l’essenza della bellezza in un’epoca in cui la bellezza era l’essenza di tutto, ero il tormento dei Medici, l’ossessione di Botticelli, la gelosia delle nobildonne, lo sguardo gentile che illuminò la allora già splendente Firenze. Il mio volto compariva ovunque, ero icona di un’era, cantata dai poeti, Musa degli artisti, Venere ritrovata. Ero Simonetta Cattaneo Vespucci, la sans par, come mi definì il Magnifico. Sono morta giovane, troppo giovane, dicono per tisi o è stato il veleno a uccidermi? Un fiore reciso dal vento, strappato alla terra che lo nutrì per poco tempo. Poco si sa della mia vera storia e per questo le leggende sul mio conto sono proliferate. Su di me e sulla più grande signoria d’Italia.


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IL PROLOGO
Ero l’essenza della bellezza in un’epoca in cui la bellezza era l’essenza di tutto, ero il tormento dei Medici, l’ossessione di Botticelli, la gelosia delle nobildonne, lo sguardo gentile che illuminò la allora già splendente Firenze. Il mio volto compariva ovunque, ero icona di un’era, cantata dai poeti, Musa degli artisti, Venere ritrovata. Ero Simonetta Cattaneo Vespucci, la sans par, come mi definì il Magnifico. Sono morta giovane, troppo giovane, dicono per tisi o è stato il veleno a uccidermi? Un fiore reciso dal vento, strappato alla terra che lo nutrì per poco tempo. Poco si sa della mia vera storia e per questo le leggende sul mio conto sono proliferate. Su di me e sulla più grande signoria d’Italia.
https://www.facebook.com/giovaneholdenedizioni/videos/1445580062136783/
 


L’Arno si tinse dei colori del tramonto in un’esplosione di rosso e di arancio, nelle sue acque possenti galleggiavano le tante storie mosse da un vento nuovo, il vento della Rinascita.
Camminando con la solita lentezza, il poeta Agnolo Poliziano assorbì con lo sguardo quell’immagine, ne trattenne l’attimo: le grida delle donne chine a lavare i panni, i cavalli poco lontano ad abbeverarsi, i pastori con le loro pecore.
La Firenze laurenziana stupiva per l’imponente architettura e il trionfo d’arte che la rendeva unica agli occhi di chi la osservava. Brunelleschi, Donatello, Masaccio furono tra gli artisti che avevano dato alla città il suo nuovo volto, quello che Poliziano ammirava nella sua passeggiata. L’aria tiepida di aprile e i colori radiosi di un’esplosa primavera avvolgevano le forme floride della città che tutti chiamavano la Dominante.
Venezia era stata battuta, l’alleanza con il ducato di Milano, che da quando era subentrato Galeazzo Maria Sforza si era inasprita, sembrava ora migliorata, così come i legami con la Chiesa. Lorenzo di Piero de’ Medici, pur giovanissimo, fu abile a gestire con diplomazia e ordine i rapporti con gli altri stati, una dote che Cosimo il Vecchio, suo nonno, gli aveva trasmesso.
Osservando col naso per aria, totalmente rapito dalla maestosità della Cupola, Poliziano si ritrovò a mormorare una frase dell’architetto e umanista Leon Battista Alberti: “Structura si grande, erta sopra e cieli, ampla da coprire con la sua ombra tutti e popoli toscani”.
 
Affrettò il passo diretto a Palazzo de’ Medici dove Lorenzo aveva chiesto di incontrarlo insieme ai suoi uomini di fiducia e al fratello Giuliano.
Al tramonto, con la luce velata d’oro, il palazzo di via della Larga, voluto da Cosimo il Vecchio, splendeva della potenza di una fortezza unita all’eleganza di una dimora signorile.
L’umanista aveva quasi raggiunto il portone d’ingresso, quando si bloccò improvvisamente notando qualcuno uscire come un ladro da una porta secondaria.
Era una persona di media statura avvolta da un ampio mantello color amaranto. Poliziano fece un passo indietro per nascondersi e dall’angolo cercò di mettere a fuoco l’estraneo. Non vi erano dubbi che fosse una donna: si intravedeva l’ampia gonna di seta.
La sconosciuta si sistemò il bavero del mantello lasciando scivolare sulle spalle ciocche di riccioli biondi, poi si guardò intorno impaurita voltando più volte il viso arrossato e il poeta finalmente vide i suoi occhi grigi smarriti. La riconobbe.
Perché mai Simonetta Cattaneo avrebbe dovuto comportarsi come una clandestina in quel palazzo dove era sempre entrata a testa alta?
Perché recarvisi all’ora del vespro, coperta da un lungo mantello?
La fanciulla alzò lo sguardo verso una finestra da dove apparve il volto dalla mandibola pronunciata e il naso affilato di Giuliano. Il principe, anch’egli rosso in faccia e con lo sguardo fisso su di lei, come se nient’altro vi fosse intorno, le mandò un bacio prima con lo sguardo e poi portandosi una mano alle labbra. Allora era vero quanto si diceva in città della liaison tra Giuliano de’ Medici e Simonetta Cattaneo Vespucci, pensò il Poliziano.

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Donna Simonetta veniva dal mare, non poteva essere diversamente per colei che sarebbe diventata la Venere che nasce dalle acque. Nacque dai nobili genovesi Gaspare Cattaneo della Volta e Catocchia Spinola il ventotto gennaio del 1453. Splendente di grazia, parlava poco e si esprimeva con un leggero accento ligure, sorrideva abbassando gli occhi chiari e tratteneva nella sua espressione tutte le parole e i pensieri che avrebbe voluto dire ma che preferiva riservare a pochi. Si diceva che fosse testarda e che non si era mai adattata alla vita fiorentina, frequentava una ristretta cerchia di aristocrazia e le piaceva stupire con le sue stranezze trattenute da una calcolata ingenuità. Era inconsapevole della sua bellezza, ma, quando essa sbocciò prepotente, capì che era un dono da sfruttare e prese gusto a giocarci per lasciarsi ammirare e farsi desiderare. Per questo e tanti altri motivi ancora Botticelli ricreò la sua immagine nei suoi dipinti, infatuato dal mistero che la giovane emanava. 
Simonetta, andando incontro alla sua nuova vita, capì presto che la realtà era ben diversa dal sogno che faceva quando teneva Marco per mano nel giardino degli Appiani. Suo marito, dopo i primi mesi di idillio, la lasciava spesso sola per dedicarsi totalmente al suo futuro nel Banco dei Medici. Al ritorno dai suoi viaggi la giovane sposa trovava tracce dei suoi tradimenti nello sguardo sfuggente, nel profumo non suo, nei gesti irriverenti e audaci. Marco Vespucci era cresciuto in fretta nell’ambiente delle banche e del commercio, che non cedeva posto ai sentimenti. La brama di potere, il denaro facile e il suo aspetto attraente che le donne apprezzavano, ne avevano fatto un arrivista senza scrupoli e un marito infedele. Sua madre l’aveva preparata: d’ora in avanti la sua esistenza doveva essere dedita al marito e alla sua nuova famiglia, Simonetta avrebbe dovuto rispettare i doveri di moglie, mettere al mondo dei figli, possibilmente maschi, essere sempre ben educata ed elegante in società e dimostrare cultura senza mai eccedere. La lista di regole diventava ogni giorno più opprimente e ingestibile per la sua giovane età ribelle.

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Nella bottega regnava il caos e l’odore delle tempere e della colla. Un gran numero di tele era accatastato in un angolo, alcune incompiute, altre pronte per essere laccate e consegnate, e poi ancora cartoni con disegni in carboncino abbozzati, cenci, cavalletti, lunghe tende a nascondere le opere più importanti. Le voci allegre e chiassose del maestro e dei suoi allievi si zittirono improvvisamente. Il più giovane dei praticanti arrossì, fece un goffo inchino rivolto ai visitatori e tentò un sorriso che morì sulle labbra, poi si rimise a tritare i colori vicino ad altri colleghi indaffarati a cuocere le colle e ad applicare l’imprimitura sulle tele. Piero Vespucci, entrando, rivolse subito lo sguardo alla pala su cui il maestro stava lavorando, mentre Simonetta da un angolo curiosava tra la colorata confusione. Pur immobile, la sua grazia si muoveva e il profumo di rosa lasciava un’intensa scia. Le mani di porcellana adagiate sul grembo, le labbra leggermente aperte nello stupore, i riccioli d’oro che le scendevano sul viso ovale: era di una bellezza senza fine, mostrava uno sguardo che penetrava le cose e sorrideva nel notare particolari invisibili ad altri occhi. “Ha del sorprendente il modo in cui riuscite a dare eleganza a un’immagine così energica e austera. Non sembra neppure seduta sul trono di marmo la vostra Fortezza, fluttua, si erge insieme alle sue virtù.” Piero Vespucci si soffermò a osservare meglio il volto del soggetto del quadro ed ebbe il pensiero di tutti: quel volto ricordava quello di Simonetta, ma essendo una commissione di casa Medici preferì tacere. “Lo sguardo è così malinconico, maestro,” disse la giovane, la sua voce lo fece fremere, così fresca, intensa, con tutte le increspature di gioviale allegria. È il vostro sguardo Simonetta, avrebbe voluto dire ma si limitò a sorriderle con gratitudine. 
“Maestro, so che state lavorando a una Giuditta e che siete molto occupato, ma conoscete bene quanto desideri una vostra madonna per il mio palazzo, se poteste accontentarmi…” disse Piero senza riuscire a distogliere lo sguardo dall’immagine della donna dipinta sulla pala. Riconfermò il suo primo pensiero: gli occhi, il delicato ovale del viso, il collo leggermente piegato erano simili a quelli di sua nuora, troppo simili.
“Dovete essere fiero di dare l’immagine a Giuditta, una donna seducente e spietata, coraggiosa come pochi uomini. Dipingendola farete giustizia al genere femminile per tutta la violenza che deve subire.”
Non era quella una frase che ci si aspettava dalla timida Simonetta. La voce che la fanciulla sotto la sua delicata innocenza fosse anche imprevedibile e sfacciata era verità dunque. Piero Vespucci, visibilmente a disagio, allontanò la nuora, mentre il maestro non si scompose, era affascinato da quella personalità così complessa.

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Capì che se ne sarebbe andato, che non lo avrebbe rivisto per molto tempo. Lo comprese dal bacio che la colse all’alba, un bacio lento, ingordo come i baci d’addio.
Gli abitanti del palazzo si stavano svegliando e nessuno doveva trovarlo in quella stanza.
 Simonetta rimase immobile sul letto, con gli occhi ancora colmi d’amore, ascoltando il rumore degli zoccoli del cavallo che si allontanavano. Si toccò i fianchi, portò le mani sul petto palpitante e con le dita si sfiorò le labbra ancora umide dai baci, provò ad addormentarsi solo per sognarlo ma dormire fu impossibile.
 Le loro rose erano sparse ovunque, Simonetta ne volle mettere alcune sul letto e respirò forte quel profumo, si inebriò della fragranza dolce e agra. Un raggio di sole entrò con violenza accecandole gli occhi ancora pieni di sonno e d’amore, si mise seduta e chiamò il segretario, sperando che nessuno se ne accorgesse. Non era permesso a una nobildonna fare entrare nella sua camera da letto un segretario, inutile spiegare che il loro rapporto era fatto di complicità e affetto. Nessuno avrebbe capito, nessuno avrebbe mai accettato che i due passavano ore a confidarsi e a raccontarsi favole, che si scambiavano le poesie di Petrarca e adoravano canticchiare i motivetti musicali di Gilles Binchois con i testi in francese suonati a ogni banchetto, nessuno li notava mentre scappavano dai ricevimenti di rappresentanza per andare nella bottega di Botticelli.
 Simonetta aveva bisogno di levarsi il sogno di dosso e fermarsi nella realtà, quel sentiero ovattato rischiava di inghiottirla. Gilberto entrò a testa bassa con un’espressione rispettosa a cui Simonetta non badò.
“Devo uscire da qui e allontanarmi per qualche ora.”
 “Dove andrete, madonna? E io che dirò?”
 “Direte che sono andata in chiesa o all’orfanotrofio di San Marco.”
 “Non mi crederanno.”
 “È probabile.”

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Aveva ragione Marco, le voci sul loro matrimonio non erano rassicuranti, Vespucci era considerato a Firenze come un giovane arrogante e ambizioso, ingrato ai Medici, nonostante tutti i favori resi alla sua famiglia. Un fiorentino che non parteggiava per la sua città e anzi, preferiva fare carriera e confabulare, con gli altri stati. Per dirla tutta … degli altri stati preferiva anche le donne.
Ascoltando quelle accuse nelle osterie, dove spesso la sera andava a ubriacarsi, sentì il sangue andargli alla testa e dovettero intervenire alcuni amici per impedirgli di provocare una rissa.
Sua moglie, con tutte le sue imprevedibili stranezze e le sue improvvise fughe, non solo non era capace di dargli un figlio ma forse aveva una relazione con Giuliano de’ Medici e con chissà chi altri, eppure i fiorentini parteggiavano per Simonetta. In qualsiasi altra signoria a un’adultera venivano inflitte punizioni terribili, rischiava anche il patibolo, ma per Firenze, Simonetta Cattaneo era il Rinascimento e la sua bellezza divina era intoccabile.
Se prima aveva avuto dei ripensamenti, adesso era sicuro: Duccio Lentini doveva finire quello per cui lo avrebbe pagato. Dai suoi ultimi rapporti era chiaro che la relazione tra Giuliano e Simonetta non era platonica.

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Né Gilberto Pedrini, né la sua signora, avevano dimenticato quel tragico pomeriggio. Il ricordo della lotta furibonda, del tagliacarte conficcato nella schiena dell’assalitore e di tutto quel sangue era ancora vivo nella memoria ma da quel giorno evitarono di parlarne. Uniti in un tacito accordo si sostenevano con piccoli gesti facendosi coraggio a vicenda. 
In quella strana primavera del 1474 una leggera nebbia lambiva ogni mattina gli argini dell’Arno. La figura di Simonetta sulla sua cavalla bianca, che si allontanava nella foschia ed entrava nel bosco vestita di veli e sete candide, era quasi irreale, la donna ormai viveva in una delle sue tante fiabe. Quella mattina, però, nel bosco, ad aspettarla non c’era il sommo pittore, bensì il suo amato. Come lo vide fermò la sfrenata corsa di Daphne e rimase immobile con gli occhi colmi di lui. Il suo Medici era davanti a lei con il suo sorriso seducente, era bellissimo nel suo mantello rosso svolazzante e il petto gonfio e fiero come quello del suo cavallo nero. 
“Sembrate Diana nel bosco o la dea Artemide,” disse senza staccarle gli occhi di dosso. “Giuliano, vi sapevo a Roma … mio signore,” balbettò chinando il capo in segno di reverenza. “La mia candidatura a cardinale, fino a quando i nipoti di Sisto IV eserciteranno potere a man bassa, non potrà mai realizzarsi e neppure in seguito potrà avvenire,” disse alzando la voce disturbata dal cinguettio assordante degli uccelli nella radura. “E i vostri viaggi nelle corti italiane? Anche la vita mondana ha trovato ostacoli?”
Era la prima volta che Simonetta si mostrava gelosa e si rivolgeva a lui in modo quasi sfrontato. Il rossore sulle gote e una leggera insolenza la rendevano ancora più irresistibile. 
Si misero seduti su un grande masso sotto le fronde di una quercia, Simonetta si scostò quando Giuliano tentò di baciarla ma poi cedette all’abbraccio disperato e posò la testa sul suo petto sentendo il battito del cuore impazzito del suo Medici. 
“Siete in grave pericolo, promettetemi che starete attento, non dovete sottovalutare niente e nessuno,” fu l’unica cosa che poté dirgli. Giuliano disse a Simonetta di non stare in pena per lui perché aveva buoni informatori e soprattutto un’ottima guardia a fargli da scorta. Le mani intrecciate, i respiri vicini, le carezze lievi erano il loro modo di parlarsi in quel lungo silenzio. 
“Vi libererò da questo matrimonio ignobile.” Si destò da quella sorta di incantesimo. Simonetta capì esattamente cosa intendeva dicendo libererò e deglutì stropicciando con forza un lembo di veste. 
Da lontano Botticelli li osservò e si riempì gli occhi della bellezza e della grazia che emanavano insieme. 
Di getto, guidato dal pathos del momento, catturò quell’attimo, gli sembrarono due personaggi mitologici in mezzo alla natura ed emanavano un’armonia senza fine. Il maestro abbozzò un primo disegno, un primo vagito di quello che sarebbe diventato il suo quadro più celebre: La Primavera. In quel preciso istante la ninfa Cloris guardava con amore Mercurio per l’eternità. 
Non scalfire la sua perfezione Giuliano, non rovinarle l’anima. Non te lo permetterò, pensò il pittore. 
Giunsero alcune guardie armate per controllare l’ordine nelle tenute dei Medici. 
“Non avanzate in quella direzione, madonna, vi è il recinto dei leoni, la gabbia è sicura ma è meglio evitare rischi e pericoli. Buona passeggiata, madonna Vespucci.” La dama ringraziò con un cenno del capo e un sorriso un po’ impacciato e, appena le guardie sparirono dalla sua vista, sollevò la veste e si diresse verso i felini. 
Fu un momento carico di meraviglia e tensione. 
Gli occhi grigi di Simonetta incontrarono quelli ribelli e profondi del leone, fu come se lo spirito felino dell’animale entrasse nella donna per darle forza e fierezza. Si avvicinò ancora, questa volta con estrema delicatezza, aveva l’espressione dolce e assorta. Il leone smise di ruggire e di agitarsi, camminò avanti e indietro per poi accucciarsi con la sua magnifica mole di muscoli. Con un coraggio inconsapevole Simonetta allungò una mano verso il felino e ne accarezzò la criniera folta e ispida. 
Vi fu un ultimo, penetrante sguardo tra loro, poi donna Vespucci si allontanò con la testa china e le mani sul grembo spostando foglie e terra sotto la sua veste mentre camminava. Botticelli non raccontò mai quella scena, non era sicuro neppure lui che fosse reale.

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Simonetta non lo aveva più incontrato e aveva anche terminato di posare come modella per i suoi dipinti. In preda alla nostalgia per la sua musa, seppe dove trovarla.
Era nel suo Eden, nell’Orto di Clarice, ma stentò a riconoscerla, era visibilmente dimagrita, con sguardo sofferente camminava adagio a passi incerti, spesso si sorreggeva alla sua dama di compagnia o a Gilberto che non la abbandonava mai. La scena gli straziò il cuore. La sua Venere non poteva perdere forza, non poteva sbiadire o sciupar si. Preferiva dare vita al suo ricordo che vederla così. No, non poteva immaginarla lontana dall’Olimpo, così vicino alla terra!

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“Lo avreste mai detto, padre? Sono più disonorato adesso, che Simonetta non c’è più, di quando era in vita!”
Piero lo lasciò sfogare, la sua ira era irrefrenabile. Il guanto che copriva il polso senza più la mano, forse era il male minore. Giuliano de’ Medici gli aveva tolto il potere, il denaro, la moglie.
Di fronte al tradimento qualsiasi donna avrebbe pagato con la morte o avrebbe subito punizioni esemplari per castigare la sua depravazione. Simonetta no! Simonetta Cattaneo Vespucci era una musa, una dea, c’è chi pensava persino che facendole del male si potesse subire il castigo divino.”
“Calmatevi figliolo, parlate comunque di una persona morta,” lo disse senza alcuna pietà.
“I fiorentini la ricordano ancora accanto a Giuliano, Poliziano parla del loro amore in quella sua opera e Botticelli dipinge solo lei. Sì, sono l’uomo più disonorato d’Italia.”
“Avremo la nostra giustizia, Marco. Ricordatevi che Jacopo de’ Pazzi non ha mai dimenticato il torto dei Medici e gli anni di esilio. Dategli il tempo di trovare gli alleati giusti e non parlo solo dei repubblicani fiorentini, oh no… di questa congiura farà parte lo stato della Chiesa, il regno di Napoli, il duca di Urbino e altri ancora si uniranno.”
Piero Vespucci parlò talmente piano che Marco fu costretto ad avvicinarsi a pochi centimetri dal suo viso per ascoltarlo.
“Tutti e due i fratelli Medici, padre?”
Piero fece cenno di sì con la testa.
“E quando è previsto…”

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Tra il 1480 e il 1482 Lorenzo concesse alla Stato Pontificio, con cui cercava di migliorare i rapporti politici, di mandare il suo primo pittore ad affrescare tre episodi biblici nella Cappella Sistina. Dopo il suo ritorno a Firenze, Botticelli visse il periodo più florido della sua carriera presso la corte dei Medici creando tre favole mitologiche, capolavori che sarebbero stati in futuro il simbolo del Rinascimento.
Nonostante fossero passati tanti anni dalla morte di Simonetta e Giuliano, il pittore continuava a vedere nitidamente i loro volti e li usò nei suoi dipinti unendoli alle allegorie, agli elementi esoterici e misteriosi. Marte e Venere, il quadro che più di tutti li rappresentò, mostrava una Simonetta con le sue abituali vesti bianche bordate di oro, la quale, con la sua bellezza ideale, disarma l’intrepido Marte che aveva il volto di Giuliano. Il dio della guerra giace addormentato mentre quattro satiri si burlano di lui per essere stato sconfitto da Amore.
Lorenzo approfittò dello slancio di ispirazione di Botticelli, la cui bottega era frequentata ogni giorno dal poeta Poliziano, per commissionare un quadro per le nozze del cugino Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici con Semiramide Appiani, nipote di Simonetta. Un Medici e una Appiani, per il maestro fu come rivivere il mito di Simonetta e di quell’amore sfortunato.
Quel quadro viveva in lui già da tempo, sapeva esattamente che forma, anima e colori dare al dipinto. Lo avrebbe intitolato Primavera.“Venere che le grazie fioriscono, dinotando Primevera,” disse dell’opera il Vasari.
In un angolo di bosco, proprio il luogo in cui il pittore incontrava la sua musa, su un prato fiorito, dentro una natura rigogliosa e profumata, nove figure maschili e femminili sono i soggetti mitologici e allegorici che rappresentano il miracolo della vita racchiuso nella Primavera che Botticelli dipinse.
Fu da allora uno dei quadri più emblematici e misteriosi della storia dell’Arte.
L’artista si ispirò alla cultura mitologica dei poeti classici e la fuse alla bellezza terrena creando un’immagine che sfuma tra il pagano e il celeste, fino a celebrare un trionfo di pace e amore irraggiungibili.
“Zefiro soffia così forte da piegare gli alberi, insegue Cloris e la feconda di fiori… ecco… vedete? Qui, invece, i fiori escono dalla bocca e dal grembo di Flora, la divinità della primavera,” disse l’artista a Poliziano con l’orgoglio che gli circolava nel sangue e gli occhi lucidi di emozione.
Poliziano nell’ammirare quell’armonia di forme e colori citò Ovidio: “Ero Cloris, io che ora sono chiamata Flora”.
“Cloris e Flora hanno il volto di Simonetta,” mormorò Botticelli sfiorando i personaggi del quadro con un dito, ebbe quasi la sensazione, con quel gesto di toccare la terra umida e cogliere i fiori che le due ninfe portavano addosso.
“Quello sguardo… gli occhi di Cloris su Mercurio… sembrano attirati da una forza che li unisce nell’infinito. Mercurio è Giuliano n’è vero? Lo sguardo, proprio quello sguardo… ho avuto l’emozione di osservarlo tante volte e voi l’avete reso senza fine.”
“Anche voi li avete resi eterni celebrandoli ne Le Stanze."

“Ho preannunciato la morte di Simonetta nella mia  opera poetica. Ricordate? Cupido arma Julio per affrontare la giostra e dopo la vittoria a lei dedicata, la sua amata gli viene tolta.”

 

 
Si avvicinò a Botticelli, gli mise una mano sulla spalla e recitò rivolto al cielo, come se lei potesse sentirlo: “Ivi tornar parea sua gioia in lutto;/ vedeasi tolto il dolce tesauro,/ vedea sua ninfa in trista nube avvolta,/ dagli occhi crudelmente essergli tolta”.
Quando messer Pedrini entrò trovò il poeta e il maestro con gli occhi lucidi e l’espressione rapita che aveva visto solo negli artisti.
Era venuto a prendere informazioni sulla consegna del quadro per le nozze di Semiramide con Lorenzo il popolano.
La storia si ripeteva: era al servizio di un’Appiani, una bellissima giovane donna dai capelli biondi e le gote rosa come Simonetta e come Simonetta amava un Medici.

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Epilogo

“Muore giovane chi è caro agli dei,” scrisse Menardo. La mia morte è stata celebrata più della mia vita. Per

essere madonna o dea, messaggio universale di bellezza immutabile, non mi fu concesso compiere il mio ciclo vitale.

Botticelli fu l’artefice della mia eternità.

Prima di morire il maestro espresse la volontà di essere sepolto nella chiesa di Ognissanti, proprio vicino alla

mia tomba. Lo avevo lasciato trentaquattro anni prima e da allora mi dedicò la sua anima e la sua arte: La Fortezza, che dall’alto fa rispettare la virtù; Pallade, che ammansisce il centauro e gli fa superare gli istinti umani attraverso l’Amore; Cloris e Flora de La Primavera e la Venere che nasce dalle acque, hanno la mia immagine. Senza più consistenza umana e individualità, fui consacrata come un’icona in opere e dipinti che hanno sfidato i secoli. L’unica persona che vide in me la donna che veniva dal mare, la fanciulla sognatrice in cerca d’amore fu messer Guglielmo Pedrini.

Ora vivo nell’Eterno.
 

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