all'isola del cinema per incontro sul romanzo storico

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Simona Bertocchi all'isola del cinema Roma

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venerdì 3 luglio 2015

I brani salienti di NEL NOME DEL FIGLIO romanzo storico di Simona Bertocchi

Tratto da NEL NOME DEL FIGLIO - romanzo storico di Simona Bertocchi - Giovane Holden Edizioni .
 
Ogni giorno scrivo attingendo alla mia memoria e alle mie conoscenze per narrare la mia storia alla corte dei Cibo Malaspina. Gli occhi vedono sempre meno, rileggo a fatica gli epistolari di famiglia, quelli amorosi, le copie degli atti sottratti, le relazioni dei funzionari e militari di corte. Ho una vita da raccontare, ormai confondo il presente con il passato, vedo figure antiche, sento la voce dei miei cari, rivivo tutto sulla mia pelle, piango e rido nel mio viaggio nella memoria. Immagini, voci, volti, odori, sensazioni si agitano nella testa: le grida e le risate di Ricciarda, le sue lettere, i papi, i re, l’anello del cardinale, i banchetti avvelenati, l’inchino dei mercanti, le poesie nei salotti, le teste mozzate, gli occhi di mia figlia, il suo bacio con Giulio, le mani di Serperi su di lei, il ghigno di Elena, i sorrisi di Caterina, l’abbraccio di Eleonora, i patiboli, le campane a morte e quelle che annunciavano una nuova vita. Voglio che il piccolo Giulio conosca la storia dei suoi genitori e sappia da quale destino l’ho salvato; voglio che le vicende di Ricciarda, del cardinale e di Lorenzo siano note a tutti e che tutti conoscano cosa si nascondeva dietro quella figura di autorevoli reggenti. Ecco ora ho scritto tutto, ho inserito anche le poesie tra resoconti di guerre e di morti.

 
Giulio e Angelica crebbero insieme. Il marchesino ricevette un’ottima educazione scolastica, prese lezioni di latino, di greco, di lettere e filosofia da importanti maestri pagati dallo zio cardinale, Ricciarda non aveva nessuna intenzione di mettere mano alle rendite del suo stato per questioni che non fossero vitali. Era ancora troppo presto per preoccuparsi della posizione del figlio in società e in politica, la metà di tutte quelle lezioni potevano bastare, questo affermò sua madre. Angelica, invece, lo studio lo rincorreva, la trovavo sempre nascosta in qualche angolo ad ascoltare le lezioni armata di penna e calamaio rubato dallo scrittoio di qualche stanza del palazzo. Se ne stava seduta per terra con le gambe incrociate, morta dal freddo, scriveva e ripeteva a fior di labbra le frasi pronunciate dai maestri, beveva ogni parola, mostrava espressioni di meraviglia a ogni nozione sconosciuta e quando dava la risposta esatta il suo faccino esplodeva in grandi sorrisi. Quella curiosità mista allo stupore di bambina non l’avrebbero mai abbandonata. Il marchesino imparò l’arte del combattimento con la spada e Angelica si divertiva a guardarlo dalla finestra che dava nel cortile. Batteva le mani vedendolo dare di scherma tra le statue di marmo romane, si muoveva agile col braccio teso e la testa alta, lo sguardo fiero e malinconico. Il suo sguardo. La sera poi in uno dei saloni i due giocavano a battersi a duello con i lunghi cucchiai di legno presi in cucina.  Quando li scovavo in quei giocosi combattimenti rimproveravo mia figlia per essere un maschiaccio ma lei rideva e da vera ruffiana mi riempiva di baci.
 
Alla fine di quell’anno, non ricordo bene il mese ma faceva freddo, ci trasferimmo a Firenze nella residenza di Palazzo de’ Pazzi.
La neve scendeva incessante da un cielo plumbeo, fiocchi di ghiaccio volteggiavano vorticosi a coprire ogni forma di bianco cristallino, anche i rumori erano ovattati, si udiva solo il ritmico rimbombare sul selciato degli zoccoli dei cavalli.
Giulio, con la mano gelida, spannava il vetro della carrozza per guardare fuori. La neve si posava sul manto e sulla criniera dei quattro cavalli bianchi bardati a festa con velluti e pennacchi e il marchesino aveva quello sguardo affascinato che solo i bambini hanno quando nevica e osservava cose che solo i bambini vedono.
Il cocchiere, con urla e incitazioni, fece rallentare il passo agli equini che sbandavano visibilmente sferzando il vento a capo basso. Il grigio e il bianco erano gli unici colori che quella giornata mostrava eppure le due nobili sorelle sembrava vedessero l’arcobaleno.
La marchesa di Massa si stava trasferendo a Firenze dove sarebbe rimasta qualche anno.
Era da poco tornata dal matrimonio principesco della prima figlia Isabella con Vitaliano Visconti Borromeo.
Ricciarda e il resto della famiglia viaggiavano su diverse carrozze, in quelle più grandi sedevano pomposamente la madre Lucrezia, la sorella Taddea vedova del conte di Scandiano e i figli Eleonora e Giulio (che ai tempi avevano dieci e otto anni), con le relative dame di compagnia, educatori e i nani più fedeli.
Con loro si spostò l’intera corte composta da cuochi, maggiordomi, serve (tra cui mia figlia Angelica), sarte, paggi, cappellano, scalco, credenziere, soprastante di stalla, mulattiere, addirittura un falconiere.
Partimmo di prima mattina e fu un azzardo con quel cielo pronto alla neve, ci avremmo messo il doppio del tempo.
“Neve o no, dobbiamo arrivare a palazzo prima che faccia sera, domani ci sarà il ricevimento per il duca Alessandro e tutto dovrà essere perfetto,” mi disse donna Ricciarda, come se dipendesse da me, la sua dama di compagnia.
La mia signora mostrava un profilo severo con quel naso affilato e le labbra strette a trattenere l’ansia che saliva fino a sbiancarle il volto, sul capo aveva una corona di trecce dorate, stringeva leggermente lo sguardo sotto sopraccigli sottili e non stava ferma con le mani. Con mio rischio e pericolo le sistemai meglio l’ampio collo della mantella e sforzai un sorriso che lei neppure notò.
Le dissi che saremmo certamente arrivate in tempo, in realtà non ci credevo, in cielo sembrava scatenarsi una tempesta di neve e Dio solo sapeva se saremmo arrivati entro sera a Firenze.
Le sorelle si guardarono e si sorrisero furtivamente facendo attenzione a non soffermarsi troppo in quel gesto complice, osservandole pensai a quanto desiderassero giungere il prima possibile al Palazzo de’ Pazzi, non a caso quella dimora sarebbe stata poi definita delle marchesane per la vita mondana che le due nobildonne vi conducevano senza freni.
Non era un segreto l’affettuosa complicità che Ricciarda aveva con il duca Alessandro de’ Medici, anche se, in realtà, il buon duca cercava di non scontentare nessuna delle due sorelle.
Proprio come era successo negli anni trascorsi a Roma, anche a Firenze non si può dire che in quella famiglia mancassero i soliti intricati scandali di corte. Tanti ne avevo visti e tanti ancora ne avrei visti.
“Ci sono malaspine che si possono liberamente abbracciare senza pungere” diceva di loro l’umanista Ortensio Lando.
Nella carrozza, che aveva da poco imboccato borgo Albizi, Ricciarda si sfogò con donna Taddea: “Ho con me il nuovo diploma dell’imperatore,” disse mettendosi una mano tra i seni e tirando fuori dal corpetto un documento. “È scritto tutto qui, Carlo V, mi ha concesso di scegliere il successore tra i miei figli”.
Aveva un sorriso strano, la stanchezza le dipinse in volto un’espressione quasi diabolica.
“Leggi Taddea, guarda la data: 7 aprile 1533. Lorenzo non dovrà sapere di questo documento,” continuò riponendo il foglio dentro il corpetto. “Beatrice,” aggiunse fissandomi severamente, “servirà un posto sicuro a palazzo per custodire la corrispondenza e gli atti.”

Lorenzo, ora generale delle milizie dello Stato ecclesiastico e da un anno anche Governatore Pontificio di Viterbo, era spesso assente dalla vita di corte. Quel giorno, però, si fece trovare nel palazzo dell’allora via dei Balestrieri per accogliere la famiglia e partecipare al banchetto in onore del duca Alessandro. E pensare che fino a qualche anno prima il marchese di Massa si recava molto spesso a Firenze e non sempre per impegni di rappresentanza, diciamo che fu anche un assiduo frequentatore della vita mondana, sempre pronto a buttarsi in qualche avventura con il suo compagno Ippolito de’ Medici, attaccabrighe come lui.
 
Giulio tornò alla carica con le solite richieste sul suo diritto al feudo Malaspina, Lorenzo lo aveva indottrinato ben bene e l’ossessione del padre era diventata quella del figlio.
Sdegnata Ricciarda gli mostrò tutti i diplomi ricevuti (e comprati) dall’imperatore e disse che se Giulio si fosse dimostrato ragionevole e obbediente un giorno avrebbe avuto il suo marchesato.
Non poteva finire che con un ricatto.
 “Se mi dimostro ragionevole, madre?! Il marchesato è destinato al vostro primo figlio maschio, quel figlio sono io! Io vi sarei subentrato al raggiungimento dei vent’anni,” urlò tirando fuori la copia del testamento originale ottenuto dal padre.
Seguì una scena quasi teatrale, Giulio portò indietro il mantello e con una mano sfiorò la spada, de Aguilar gli fermò il braccio e lo guardò con severità, ma Giulio non gli badò.
“Il testamento rogato da Ser Pandolfo Ghirlanda l’11 aprile 1519 citava che l’erede universale del suo feudo doveva essere il primo figlio maschio, io, quel figlio sono io madre e, se questi fosse morto senza lasciare eredi maschi il patrimonio e il marchesato sarebbero passati al secondo figlio maschio,” disse sventolando il documento davanti a Ricciarda, poi prese a leggere:
“Istituisse herede universale il primo figlio maschio della prefata Donna Ricciarda et morendo questo figliuolo primo senza figliuoli maschi legittimi et naturali, instituisse il secondo. Avete falsificato senza ritegno notifiche e comprato diplomi all’imperatore, per ultimo quello più assurdo in cui voi, madre, siete in diritto di scegliere a quale figlio cedere il vostro stato e togliete ogni condivisione con vostro marito”.
 
Quando Giulio uscì dalla sala delle rappresentanze del palazzo ancora tremava e la sua fragilità tornò nuda.
Subito dopo Ricciarda mi chiese di scrivere a Pietro Gassani per redigere un’ordinanza al fine di impedire a Giulio e a Lorenzo di entrare nel castello di Massa.
Quando Giulio lo seppe si rivolse al padre con una missiva.
 
Padre,
Vi chiesi di poter incontrare Cosimo de’ Medici e Andrea Doria per risolvere la questione in modo diplomatico, per concludere alla scrivania di qualche palazzo la mia angusta questione di oltraggio al diritto naturale ma, per come si è messa la situazione e per la reazione folle della marchesa mia madre, seguirò
il vostro consiglio, agirò con le armi affiancato dal capitano Venturini.
Servo Vostro.

Giulio
 
Mio angelo,
sono costretto a sposare Peretta Doria, gli interessi sono troppo alti, il supporto dei Doria mi è indispensabile e con il principe di Genova e il duca di Firenze potrò aspirare a ottenere di diritto il mio Stato. Governerò per il mio popolo, porterò alla gloria Massa e Carrara. Inviterò artisti, poeti, musici. Mi alleerò con illustri politici, signori e condottieri. 151 Oh vedrai mio angelo, tornerà giustizia e dignità nel marchesato dopo il fango che mia madre vi ha gettato; allora sarai libera, libera di recarti in qualsiasi corte e io ti proteggerò sempre. Lo so che sorridi di tanto impeto, ti piace canzonarmi. Mio angelo, mi hai lasciato da solo ad affrontare questo periodo assurdo, a prendere decisioni improvvise, a trovare il bivio che non porta al precipizio. Tutto, ho vissuto tutto: l’odio, la guerra, l’amore con un’intensità che stordisce. Hai ragione. Non potrò mai avere Camilla, comprometterebbe il mio rapporto con i Doria anche se è con lei che ho conosciuto la passione, quella che brucia la carne e fa impazzire i sensi. Pazzo, ecco come mi ha ridotto quella diabolica creatura! Sono un pazzo ossessionato da lei, dal suo corpo, sono incapace di resisterle, devo berla e mangiarla per non morire. Eppure sempre più spesso mi mancano i nostri silenzi, quel parlarci con gli occhi e le risate, sì Angelica, quanto mi manca il suono della tua risata, e quanto vorrei tornare alle nostre fughe a cavallo, quando vorrei parlare ancora con te e stringerti ascoltando la tua voce. Non chiedermi che amore è il nostro perché non saprei risponderti. So che non sei felice con il procuratore Serperi, so che piangi spesso e che anche i tuoi ricevimenti blasonati non riescono a portarti gioia, lo so, ho le mie fonti. Prima che avvengano le mie nozze troverò una scusa per passare da Parma e potrò finalmente rivederti. Ho un disperato bisogno di te, mio angelo.

Tuo Giulio.
 
Mi bastò quella mattina per capire la complicità e l’intimità che legava Ricciarda al cardinale Cibo suo cognato. Stavo pregando nella cappella quando il castellano mi venne a chiamare dicendomi che la marchesa aveva ordinato una carrozza diretta alla residenza di Carrara dove alloggiava il cardinale. Abituata ai soliti cambi di programma dissi ad Andreani, podestà di Ricciarda, di disdire l’incontro con i mercanti e chiesi di farli tornare il giorno dopo. Mi guardò sgomento e trovò lo stesso sguardo rassegnato in me. Senza dire altro ordinò il suo cavallo allo scudiero e tornò in città per sistemare ciò che Ricciarda aveva scombinato. Non sapevo quale fosse la questione che voleva affrontare con Innocenzo, per tutto il tragitto rimase in rigoroso silenzio fissando il panorama fuori ma senza guardare. Come arrivammo scese di fretta, un paggio timidamente ci disse che il cardinale dormiva ancora e Ricciarda si fece strada da sola. Entrò nella camera da letto del cardinale, scostò le pesanti tende e aprì le finestre. Gliene fui grata perché c’era un odore insopportabile, quasi stavo per sentirmi male.
“Ricciarda, mia adorata Ricciarda, perché tutta questa furia?”
“Gli accordi con gli agenti dell’imperatore non sono stati rispettati, il nostro feudo è ancora preda della violenza dei lucchesi, non accettano la sconfitta e non sono servite le eque proposte di spartizione di confine. I ribelli passano non curanti dal territorio estense e attaccano ancora i Malaspina e adesso ci si mettono anche le milizie di Montignoso a dare manforte a Lucca, è un paese piccolo che fa troppo rumore quello. Non abbiamo uomini da utilizzare per questa battaglia che dovrebbe essere già terminata,” disse lanciata in un monologo, parlava guardando fuori dalla finestra girandoci le spalle.
“Manderò subito Girolamo Testa da Siena, uno dei miei segretari, a parlare con l’imperatore e scriverò al duca di Ferrara,” rispose alzandosi e mostrandosi con noncuranza in camicia da notte. Con i pochi capelli arruffati e quelle gambette storte e ossute, proprio non riuscii a immaginare di trovarmi davanti a un cardinale. “Al duca di Ferrara ha già scritto mia madre, tu pensa a trattare con l’imperatore o ci penserò io e con i miei metodi. Ho saputo che ieri all’osteria del borgo qualcuno diceva che sono stati uccisi altri nostri soldati in Lunigiana, i nostri uomini non erano pronti a un assalto dei lucchesi. E non erano i soliti discorsi da ubriachi,” disse la marchesa avvicinandosi per guardarlo meglio negli occhi. “E vestiti. Sei inguardabile!”

Nel tragitto che ci riportò a Massa notai che era ancora più silenziosa che all’andata, questa volta però non era arrabbiata o impaziente, era totalmente assorta nei pensieri, elaborava, faceva calcoli, era pericolosa. Un’ora dopo mi fece chiamare il Gassani e lo ricevette nella Sala Picta. “Dite al Consiglio che chiedo di abbattere le abitazioni costruite sotto la Rocca in modo che la difesa sia più agevole. Inoltre, molto illustre camerlengo, sentite il mio agente Bavastro se ha accresciuto l’imposta per la frangitura delle olive, abbiamo avuto un’ottima raccolta e di certo sarà una tassa che tutti si potranno permettere.” “Fatta eccezione di chi vi ha sempre servita con devozione,” sorrise maliziosamente Pietro Gassani. “Naturalmente,” rispose Ricciarda facendosi più vicina. L’arpia! Come poteva Massa amarla?
 

Finalmente, fui pronta a incontrare Ricciarda.

Giunsi alla fine della salita che porta al castello, non so neppure come feci a percorrere tutta la strada della Fortezza, mi sorreggevo al bastone e quel tragitto richiese tutte le mie ultime forze. A testa bassa proseguii, il portone era spalancato, i soldati di Alberico erano schierati e impettiti, tutti molto giovani e arroganti; uomini a cavallo entravano e uscivano dal cortile; gran dame passeggiavano lungo il porticato, non sapevo chi fossero, il nuovo castellano, Ricciardo Lombardelli, urlava ordini ai servi e si sentiva il rumore del lavoro dei fabbri, deglutii, presi coraggio ed entrai.

Due lance mi si pararono davanti per impedirmi di proseguire.

Fu allora che la vidi.

“Lasciatela entrare,” ordinò la vecchia marchesa. Sì, era proprio diventata vecchia, stava curva nel suo abito di raso ricamato che ormai indossava goffamente, una parrucca sovrastava quel volto pallido e rugoso. Ero al cospetto di una marchesa in decadenza che non voleva arrendersi, non era ancora finita, rifiutava l’idea di lasciare il suo stato, di non spaventare più i suoi rivali, di non amministrare più il marchesato. La leonessa ruggiva ancora. “Cosa vuoi?”.

“Volevo uccidervi ma non ne ho più le forze.” Sorrise, provò a essere sfrontata ma non ne era più in grado, gli occhi lucidi colmi di pianto la tradirono. “Come vedete sono ancora viva,” dissi senza voler suscitare reazione, era più un pensiero tra me e me. “Dovevo farlo, dovevo farvi giustiziare, è la legge, una questione di Stato, chi tradisce il suo padrone paga e io non potevo mostrarmi debole davanti alle altre signorie, dovevo dimostrare di essere temuta quanto un uomo al potere.” Aveva una voce flebile e vagamente rauca. “Io non ho mai avuto padroni Ricciarda, sono sempre stata libera e voi mi avete scelto per questo,”.

“È vero. Se non sei venuta a uccidermi cosa sei venuta a fare fino a Massa? Ho saputo che anche Angelica è morta.” Quel anche racchiudeva tutte le sciagure che erano successe negli ultimi anni, soprattutto la morte di Giulio. Mi lesse nel pensiero e proseguì: “Ho provato a salvarlo, non sono stata io a tradirlo, ho sofferto credimi Beatrice, ho sofferto tanto”.

“Me lo prova il fatto che non avete alzato un dito per salvare vostro figlio e non solo in punto di morte.”

“Quando sono diventata marchesa mi sono trovata incastrata in un intreccio di alleanze, questioni di confini, guerre da decidere, matrimoni politici. Non è stato facile gestire un marchesato governato da donne e affrontare tutto questo.”

“Avevate un marito e un figlio, era Giulio il vostro erede, è a lui che dovevate rendere lo stato. La vostra avidità e la sete di potere vi ha resa cieca, vi ha fatto varcare ogni limite, vi ha fatto perdere la coscienza.”
“Basta, che ne sai?”

“Ero con voi marchesa, ero con voi…” Mi voltò le spalle coprendosi con il mantello, un gesto a cui seguivano urla e ordini, questa volta, però non urlò, rimase in silenzio a guardare il mare in fondo alla vallata.
 

Mi sono sempre ripromessa di vivere abbastanza da essere presente ai funerali di Ricciarda e così è stato.

Mi sono sempre ripromessa di vivere abbastanza da essere presente ai funerali di Ricciarda e così è stato. Era sopravvissuta a un figlio, al marito, al cognato e amante con i quali aveva portato avanti una vita di guerre, alleanze, vendette, sotterfugi, tradimenti, addii e ritorni. Del suo popolo in pochi si inchinarono davanti alla sua bara. Le furono invece accanto nell’ultimo viaggio il figlio prediletto Alberico visibilmente commosso, la figlia Eleonora, con un velo fittamente lavorato che impediva di vedere lo sguardo vitreo e inespressivo, la figlia Elena, combattuta tra l’odio e l’amore per quella donna che le aveva manovrato la vita. Seguivano la solita parata di nobili, cardinali, principi e signori. Se ne stavano tutti in silenzio intorno al feretro che conteneva il piccolo corpo di quella grande donna che aveva stretto alleanze e guidato guerre a distanza con i nomi più potenti della storia italiana del Rinascimento e che, pur di salvare il suo stato, aveva venduto l’anima al diavolo.


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