all'isola del cinema per incontro sul romanzo storico

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Simona Bertocchi all'isola del cinema Roma

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Simona Bertocchi è nata a Torino, toscana di adozione, vive attualmente a Montignoso, provincia di Massa Carrara. Lavora nel settore del turismo, ma l’altro mestiere è scrivere, attività che avverte quasi come un bisogno primario. Al momento ha 6 libri editi, alcuni dei quali giunti alla seconda edizione. Tanti i media che si sono occupati della promozione e recensione delle sue pubblicazione dalle testate giornalistiche, alle radio, alle televisioni nazionali e locali. Si occupa anche di volontariato essendo segretaria di uno sportello d'ascolto anti violenza. E’ appassionata di viaggi, di letteratura e di tango (che balla da qualche anno) Organizza e conduce salotti culturali e letterari in Toscana in collaborazione con importanti associazioni culturali, case editrici e librerie. SITO INTERNET: http://www.simonabertocchi.it

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sabato 2 novembre 2013

NON E' UN PENSIERO TRISTE CHE SI BALLA , tanti modi per vivere il tango dal libro Lola Suarez



      
IL TANGO è uno degli ingredienti principali che forma il libro Lola Suarez di Simona Bertocchi, è inteso più come una filosofia di vita e lo si rivela anche quando non si balla.
 
Ho scelto i brani più impregnati di tango : 


Lola ha il tango dentro. Ti accorgi subito quando il tango è ballato da un argentino: non è più solo una danza passionale, è un modo di camminare, di sentire la vita, di cercare di possedere ciò che si è perduto. Il tango è quella malinconia continua che ci si porta dentro e si unisce agli altri sentimenti senza mai soffocarli.
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Serve un tango. Serve l’anima nuda. Serve dipingere. Arraffa pennelli e tutto quanto il necessario per continuare il suo quadro
che spera di terminare in tempo per la collettiva di Siviglia.
Mette su un tango di Osvaldo Pugliese e scivola dentro Desde el alma, la canzone che più di tutte la lega alla madre.
Fissa il quadro, la donna seduta sugli scalini di una piazza legge i versi di Leopoldo Lungones, le pagine del libro si staccano e volano tra la frenesia della piazza nell’ora di punta, tra l’indifferenza della gente, alcuni versi finiscono sotto i piedi di qualcuno. La donna che fa volare la poesia è Matilde.                                                                                                                 Che colore ha la poesia?
Sorseggia un goccio di rum direttamente dalla bottiglia e, mentre dipinge, canta il suo tango. La musica incalza, i movimenti delle sue mani sono più fluidi, sicuri, a tratti furiosi, scendono sulla tela dense pennellate di colore: l’azzurro opaco di un cielo incerto cerca il giallo del sole, il bianco della poesia si espande e sfuma tra i colori accesi della piazza. Lola segue le note del bandoneón, fonde colori e musica, immagini e suoni. Ha il viso arrossato, lo sguardo rapito e gocce di sudore le imperlano il seno.
                                                                                                                                                                                                                                              
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l tango la aiutava a mantenere un legame con la sua terra. Sua madre le aveva insegnato a ballarlo quando era piccolissima. La musica di un bandoneón era capace di levarle la solitudine di dosso, le sussurrava forza, le sollevava la testa e faceva cantare il cuore. Quando ascoltava  Vuelvo al sur di Piazzolla, i piedi non potevano stare fermi, le gambe si allungavano, si alzavano, strusciavano, battevano il tempo, il corpo era uno strumento e la musica vibrava le corde della vita.
    

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Cedeva a La danza in quell’ambiente illuminato da luci soffuse, tra specchi antichi, grandi lampadari liberty e drappi rossi ai tavolini, si lasciava trascinare dalle note del bandoneón di Juan d’Arienzo e di Piazzolla, del pianoforte di Osvaldo Pugliese o dell’armonica di Hugo Diaz e incontrava il desiderio, l’illusione, la solitudine, l’euforia. Tutt’intorno gambe e gonne si muovevano vorticose, i volti si sfiorano, le mani trattenevano e quando l’abrazo era quello di Ernesto, un brivido infinito entrava e usciva dalla vita.  Le gambe di Lola si muovevano intorno a quelle dell'uomo tra ganci e boleo, si allungavano in eleganti camminate. Ballavano con gli occhi chiusi per far parlare il cuore, seguendo un ritmo impazzito che poi diminuiva fino a cullarli.
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La sera Diego si sedeva davanti al camino con gli occhiali calati sul naso e una grande pipa che non si spegneva mai, divorava libri di narrativa e saggi, ascoltava vecchi dischi; Lola, invece, se ne stava sdraiata a pancia in giù sullo spesso tappeto di lana a disegnare.
“Cosa ascolti Diego?”
“Tinta verde del grande Anibal Troilo, ma forse lo conosci come Pichuco El bandoneón mayor de Buenos Aires, come lo definì il poeta Julian Centeya,” disse facendo cenno al libro del poeta lunfardo appoggiato sul tavolo. Lola gli si raggomitolò ai piedi, guardava il suo papà dal basso con gli occhi sgranati per non perdersi neppure una delle espressioni teatrali di Diego quando raccontava il tango.
“Tuo nonno c’era la sera del 1930 quando Pichuco si esibì al Metropol della Calle Lavalle con Vardaro e Pugliese, al piano suonava Alfredo Gobbi, al violino, Miguel Jurado e Luis Adesso al contrabbasso. Che cosa doveva essere stato!” disse mordendosi il labbro inferiore e scuotendo la testa.
“Si dice che dopo la morte di Homero Manzi si isolò per comporre di getto Responso, uno dei tanghi più belli di sempre.
Ebbene da allora, Troilo non volle più suonare quel brano ai suoi spettacoli, il pubblico doveva insistere parecchio per sentire quel capolavoro.”
“Chi era Homero Manzi?” chiese Lola mettendo via i fogli.
“Il più grande paroliere di tanghi e milonghe; Malena e Milonga sentimental sono sue. E’ stato un poeta.”
“Sul serio?” disse Lolita e si mise a sedere con le gambe incrociate, “parlami ancora di Troilo.”
“Astor Piazzolla era giovanissimo quando lo assunse come suo arrangiatore e bandoneonista. Pachuco però cercava di tenere a freno gli esperimenti e gli stravolgimenti al tango che faceva Astor.”
“Malena è esistita?” chiese Lola, ormai la curiosità era incontenibile. Con la mente era già dentro a tante storie, la fantasia e la realtà nei racconti di tango si rincorrono continuamente e ci sono sempre tanti finali diversi.
“Si pensa che Malena fosse …

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"Quale è stato il più grande ballerino di tango ?" Leonardo si pente subito di avere fatto una domanda così troppo generica. La risposta arriva secca.
"El Cachafaz," dice Diego.
Evita sorride si sarebbe aspettata il nome di Carlos Gavito e invece si presenta questo El Cachaf che significa 'faccia tosta'.
"Proprio così ," dice Diego, "mio padre mi raccontò che era il soprannome datogli dalla madre per il suo carattere così ... ehm ...spavaldo.
Negli anni Venti Ovidio Josè Bianquet, questo era il suo vero nome, era un ballerino che frequentava le sale dei barrios malfamati, solo lì riusciva a esprimere tutto il tango che aveva dentro. Presto venne notato da qualche impresario e fu destinato a ben altri palcoscenici, molto più raffinati. Con la sua companera Carmencita Calderòn, formò la coppia più talentuosa del tango. La sua vera fortuna la ottenne a Parigi dove si esiobì nei migliori saloni, ormai per tutti era il più grande ballerino di tango dell'epoca. 
A parte i vestiti costosi, i soldi e il successo, rimase semore El Cachafaz, continuava a vivere disordinatamente tra rischi ed eccessi.
Al suo ritorno dall'Europa la sua Argengtina gli voltò le spalle, ma lui, con grande dignità e orgoglio, continuò a fare la bella vita mantenendosi con lavori di fortuna.
Non smise mai di ballare il tango e di ostentare eleganza e raffinatezza. Ballò fino alla fine, un infarto lo stroncò durante un'esibizione a Mar de Plata. 
I vecchi amici e i tanti ammiratori raccolsero i soldi per il suo funerale perchè El Cachafaz non aveva più un soldo." 
 
                                                     

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